19 gennaio 2010

Quindici giorni dopo

Boom, quindici giorni dopo il quattro gennaio. A capo. Senza punto però. Una stoccata decisa, metallo contro metallo e una grattata di rullo. Tic tic tic tac tac tac. Le unghie sui tasti.

4 gennaio 2010

Carteggi

Adesso c’è un anno (o poco meno) da tinteggiare. Quelli di gennaio sono giorni che somigliano ad una maledetta e nevrotica pagina bianca: asettica e linda. E’ ora di calcare con la penna sui fogli, di passarci le dita sopra, al punto che l’incavo dell’inchiostro segni la carta, togliendole per sempre l’innocenza.

20 dicembre 2009

La grancassa

Inutile dare la colpa ai bioritmi, né alle cicliche paturnie, né alle depressioni pre e post natalizie: alla fine dell’anno sembrano concentrarsi le stanchezze di dodici mesi. Pesanti come pietre, questi. Sono talmente narcisista poi che li vengo a spiattellare sulla Rete questi 360 e rotti giorni bizzarri, distorti, maligni, ma anche creativi, esaltanti. Già, proprio come una penna che scorre, o che scorreva. O come una raffica di scatti. O come una grancassa che picchia. Bum, bum, bum. Però poi la grancassa fa croc, la penna (ahimè) s’inceppa. E le foto? Ah sì, le foto ce l’ho intorno a me, come la coperta di Linus.

12 ottobre 2009

Tor di Quinto, domani riapre la stazione dello strazio

Domani riapre la stazione di Tor di Quinto. Poco meno di due anni dopo lo strazio di Giovanna Reggiani. Era un giorno scuro a cavallo fra ottobre e novembre, 2007. Me ne andavo in giro per la città a raccattare storie, per cercare di dare un minimo di dignità al mestiere che mi sono scelto, o che mi ha scelto. Avevo appena concluso un incontro corale con una famiglia di rom khorakhanè, quelli che frugano nella spazzatura e poi rivendono tutto. A viale Marconi, in via della Vasca Navale, intorno a un tavolo con l’aranciata e l’acqua, potevo sembrare l’ambasciatore del bisogno di comunicare e di parlarsi. Megalomanie da piccolo cronista. Lo strazio di Giovanna Reggiani avrebbe inghiottito tutto.

14 luglio 2009

Il passo del gallo…

Che giorno è? Ho perso il conto della numerazione: i lunedì e i mercoledì hanno scordato le cifre progressive (o regressive?). Ritmi, non ritmi al bar Belli. Già, il vino di piazza Gioacchino Belli quasi non me lo ricordavo più. Per questo stasera sono tornato. Non ci mettevo piede da quattro anni, un pugno di mesi in una testa senza ritmo. Una bettola? Uno scolo incastrato fra il culo della statua del Belli e i palazzoni giallo-ocra del Lungotevere: buche, tassisti, una comitiva che schiaccia la sera in una risata e un paio di gattacci col bicchiere vuoto. Aspetto su una sedia di plastica verde pure un paio di ricordi, ma giuro non gli ho dato appuntamento. Intanto questo bicchieraccio di vino  non tradisce l’impegno che s’è preso: sollevarmi a 20 centimetri da terra. A fare il resto ci pensa l’afa di Roma. “Sembrava aspettasse qualcuno e che sapesse non sarebbe mai arrivato”. Invece, dopo 13 anni, s’è rifatto vivo un progetto: categoria mentale, astrazione e ostruzione, strada e macerie, pulsione ed illusione. E’ come l’amore che si cerca per tutta la vita. Lo stesso…

12 luglio 2009

Quattro Venti

Si torna a vagare di notte. Non senza piacere. Monteverde, via dei Quattro Venti, Gianicolo, Trastevere. Su e giù con gli occhi aperti per cercare di capirci qualcosa…

9 giugno 2009

Il naso…

Il sole? Stamattina non ne vuol sapere e a me risale la voglia di mettere il naso in strada. Forse il mare…

26 maggio 2009

Alle tre di mattina…

Alle tre di mattina l’unica soluzione è mettersi in strada, aprire la bocca e prendere aria. Può essere, ma non è neanche certo, che il vagare notturno concili il sonno, lì dove hanno fallito due salsicce, una puntata di RaiStorie su Padre Pio e un’altra sul viaggio del 1938 in Cina della moglie di Indro Montanelli. La compagnia dei camion dei netturbini e l’odore esplosivo dei fiori, qualche tassista e un silenzio che quasi mi spaccava la testa. Testaccio, su per il Campidoglio, piazza Venezia e poi ancora Trastevere, il Gianicolo e giù per la collina di Monteverde e poi su per la Gianicolense…

25 maggio 2009

Il Capodanno Bangla e il risucchio

Aspetto che a villa Gordiani scenda il buio e che le luci del Capodanno Bengalese schizzino fuori insieme ai fumi delle bancarelle. Uno spiedino di carne di tacchino, un panzerotto di verdure, tamburi, l’odore acre e dolce delle spezie.
- Scusi, me dà ‘n tovagliolo?
E’ romano, e come se lo è. Ha i pantaloni Carrera, di quelli molto alti in vita, una scarpa tipo moccassino, una Polo rossa a maniche corte, pochi capelli, gli occhialini da presbite colorati di celeste poggiati sul naso. Ordina una zuppa di lenticchie, ma per pulirsi la bocca ha bisogno ancora di aiuto. E ad ogni cucchiaio che gli sale in bocca è un risucchio. Sempre di più, sempre di più, fino al punto che la testa gli si piega sulla ciotolina con una contorsione verticale delle mani. Mi chiedo perché non abbia ruttato. Volevo che richiamasse la folla con un boato gastro-esofageo. Ma è mancato nel Do di petto e dopo una ripassata di lingua fra i denti e l’ultimo strazio alla fettina di limone con tanta grazia a contorno del piatto sì è perso nella folla, coperto dai fumi delle griglie.
Quando esce di scena la sera sta già chiudendo la luce. L’esposimetro della macchina fotografica scende ed è quasi ai limiti. E’ tempo di fotografare. L’odore delle ciambelline dolci fritte è una tentazione, la bellezza dell’indiana dietro il bancone degli spiedini anche: orecchini pesanti fin quasi all’attaccatura del collo, un pendaglio sul petto, seta rossa e bianca.
- Conosci Bachu?
- Sì, la prima volta che ci ho parlato è stato così aggressivo che pensavo volesse picchiarmi.
Il buio ha finalmente risucchiato ogni punto di sole. Vado a caccia di facce. Fra i tavolini di plastica sorrisi, bambini, matrone avvolte con dignitosa compostezza. Dietro al palco del concerto è un saliscendi di veli e make-up.
- Ferma così, grazie.

23 maggio 2009

Muccassassina

Serata bizzarra quella di ieri al Muccassassina: cercavo Vladimir Luxuria, non l’ho trovata. Doveva presentare un libro, il suo libro. Non l’ha fatto.  Così ho preso a vagare (elemento tutt’altro che inusuale): primo piano, terzo piano, privèe, sicurezza, staff, parrucche, muscoli, make up, ammiccamenti, cannucce. “E’ la mia prima volta al Mucca” le ho confessato. “Ne vedrai delle belle”. Alle tre di mattina via Prenestina erano solo lampioni e cemento. La Tangenziale, l’urbano che diventa mostro, aveva l’aspetto confidenziale di un tetto…